mercoledì 8 settembre 2010

Per chi vuole la bicicletta ma non vuole pedalare.


Per salvare il mondo non bisogna poi faticare troppo: la A2B produce due modelli di bici elettriche che sono uno più bello dell'altro.
Quale è quello più bello dell'altro giudicatelo voi dando un'occhiata al sito.
A me, per dire, piace di più quello bianco.

giovedì 24 luglio 2008

Due su tre


Dal concerto dei Blonde Redhead sono tornato con una certezza e un dubbio.
La certezza è: la cantante giapponese, Kazu, deve avere una grande confidence nel suo corpo: se ne stava in questo vestito corto, che però sembrava più una t-shirt lunga, con una cinta in vita e stop.
Non era tanto il vestito però, era come lo portava: come una bambina.
Insomma, si muoveva, correva, ballava, come fanno le bambine: senza stare troppo a pensare.
Ecco, questa cosa mi è piaciuta, sembrava volesse dire sono bella ma non è questo il punto.
Il dubbio è: dove guardava Simone, il batterista, mentre suonava i passi più difficili di The Dress?
No perché aveva questo sguardo, che non era concentrato, guardava come se stesse ascoltando qualcuno, un consiglio, qualcosa del genere.
Ecco, avrei voluto guardare dove guardava lui: perché i consigli sono sempre ben accetti.

lunedì 31 marzo 2008

Comprare casa, facendo quadrare tutto.


Non so se avete mai cercato casa, funziona così: chiamate un’agenzia immobiliare, vi risponde una ragazza che prima o poi [più prima che poi, perché il tempo è denaro] vi chiede: eh, ma di che cifra si parla?
Voi parlate della cifra, lei soffoca la risata e vi dice: guardi ho inserito i dati nella sua scheda personale, la richiameremo quando ci sarà una disponibilità.
Da lì in poi verrete richiamati settimanalmente per disponibilità che costano il doppio della vostra disponibilità, ma che sono comunque trattabili.
A me non piace trattare, quindi ho trovato questa soluzione: la serie L.V. di Rocio Romero.
Son case prefabbricate fatte a moduli quadrati, in pratica il genere di case che disegnavo quando era ragazzino: non so se è per questo che mi piacciono così tanto, più probabilmente perché mi ricordano Hopper.
Praticamente son fatte di vetro e cemento, e già detto così fa tanto design: quando le disegnavo io me le immaginavo davanti al mare.
Certo poi, panorama a parte, bisognerebbe trovare un posto dove il tasso di criminalità sia bassino, perché per aprirle credo che sia sufficiente un comunissimo sasso, lanciato con neanche troppa energia.
Per il modello L.V.L., che poi sarebbe quello giusto per me, sarebbero 42.115 dollari, che al cambio attuale fanno 26.600 euro.
Intrattabili, ma va bene così.

giovedì 6 marzo 2008

Siate elastici


Al futuro ci si arriva anche se si sta fermi, quindi meglio muoversi, andargli incontro: conviene.
Chi poi, come me, ha una certa fretta di vederlo, il futuro, può fare un salto qui.
Design and the Elastic Mind è l’esposizione del MOMA che guarda lì dove l’arte, la tecnologia e le persone si incontrano: in molti casi si guarda nel punto giusto, in altri mi sembra un po’ meno.
Dovendo sceglierne uno, ma proprio uno: Dressing the Meat of Tomorrow.

mercoledì 5 marzo 2008

Cornici tecnologiche e carte da parati di un certo livello


Io ho detto: mi piacerebbe lavorare nel reparto cellulari, sono un appassionato di cellulari, allora il tipo ha sorriso [di un sorriso malvagio] e ha risposto, tra una settimana, diventerai appassionato di cavalli.
Non so perché proprio di cavalli, tra l'altro i cavalli continuano a non piacermi troppo, ma devo ammettere che aver lavorato da Eldo ha cambiato il mio rapporto con la tecnologia: non cambio più il cellulare ogni tre mesi, non ho idea di quale sia la mia tariffa né tantomeno le opzioni attivabili: questo finché non arriverà l'iphone, ovviamente.
Il posto migliore per ingannare l'attesa è Poolga, una raccolta di wallpaper per iphone: carta da parati di un certo livello, però.
In Poolga non troverete Ferrari che sfrecciano in curva o eroine fantasy particolarmente discinte, ma delle immagini particolarmente belle, alcune talmente belle da far dimenticare la cornice.

giovedì 14 febbraio 2008

Com'è piccolo il mondo


Mi piacciono quei posti dove entri e potresti essere ovunque; volendo fare un esempio: il vagone della metropolitana.
Fuori, diciamo “sopra”, potrebbero esserci Roma, Parigi, Londra, magari New York.
Le persone son sempre le stesse, i giornali pure, la musica che ascoltano, non c’è niente che dice voi siete qui.
Ecco, il Bistrot di via Tiepolo a Roma è un po’ così.
Uno ci entra, vede tutto quel legno sulle pareti, i tavolini, l’architettura un po’ incerta, e pensa: sono in Irlanda, se mi affaccio da lì vedo pure il mare.
Poi, sentendo gli odori, si scivola giù a Londra, perché questo è curry, no?
Potrebbe essere Londra, sì, oppure Parigi, dalle foto sulle pareti si direbbe Parigi, perché questa è Montmartre, si vede il Sacrè Coeur.
Se una sera volete uscire un po’, il Bistrot è un piccolo viaggio.
Un'ultima cosa: i dolci li fa una siciliana.

venerdì 18 gennaio 2008

Dalla Calabria con liquore

Non amo myspace, un po’ perché il Firefox del Mac lo carica male, un po’ perché il sistema del testo [che scorre] sullo sfondo [che sta fermo] non riesco a mandarlo giù.
Forse potrei provare con l’Amaro del Capo, l'unico piacere ghiacciato.
L’Amaro del Capo è un liquore tipico calabrese, e fin qui niente da dire, che ha un suo spazio su myspace, e qui c’è molto da dire.
Nelle note c’è scritto grosso così che l’azienda che lo produce non ha niente a che vedere con lo space, la cosa è dubbia, però non è importante: la cosa importante sono i commenti dei 449 amici dell’Amaro del Capo.
Dovendo sceglierne tre, mi piace ricordare le parole di Vincenzo, che scrive vecchio amico, sempre fidato, più gustoso se congelato, quelle di Sesè che sottolinea la necessità di sostenere la Calabria partendo dall'alcool, per chiudere con quelle di Gianluca: beddu tu, Amaro del Capo!

lunedì 14 gennaio 2008

Quando rien ne va plus


Parlo di tempi in cui ci si trova a pensare vabbè, male che va metto su un’azienda tutta mia, un po’ come dire se la nave affonda non c’è problema, me la faccio a nuoto fino all’America.
Un’altra soluzione l’ha trovata Ashley Revell, inglese: si è venduto tutto, ma proprio tutto, la casa, la macchina, l’orologio, andando in ordine di prezzo, e poi l’ipod, le scarpe, il portachiavi di pelle, andando in ordine sparso: tutto.
Alla fine ha tirato su 136 mila dollari, che non sono neanche pochi, ha preso l’aereo ed è atterrato a Las Vegas.
A questo punto non è che ci sia molto da aggiungere alla storia, però un particolare va detto: ha noleggiato lo smoking.
Son quelle cose, piccole, a cui uno ci si può attaccare con tutta l’energia del mondo: sono qui, a migliaia di chilometri da casa, che mi gioco la mia vita, le mie cose, e devo scegliere tra il rosso e il nero, e pensare che il rosso è il colore del pericolo, e il nero, vabbè, il nero è meglio lasciar perdere, e allora rosso, e che dio la mandi buona: dentro uno smoking si può anche perdere tutto, ma non l’eleganza, non la dignità.
In Italia, due imprese su tre falliscono nei primi due anni di vita, a Las Vegas c’è una possibilità su due di raddoppiare il capitale.
Andate a scoprire com’è andata a Ashley Revell, e fate il vostro gioco.

venerdì 11 gennaio 2008

Se siete a Lisbona e volete mangiare a casa

La Casa do Alentejo di Lisbona è uno splendido palazzo del seicento, uma construção resistente que sobreviveu ao Terramoto.
Il Terramoto di cui sopra deve essere stata una bella botta, perché è del 1755, ma la gente ancora trema.
Effettivamente l’Igreja do Carmo c’ha rimesso tutto il tetto: prima si era pensato di rimetterla a posto, poi hanno rinunciato: un po’ perché così, colle colonne che tengono su il cielo, è quasi più bella, un po’ perché hai visto mai.
Tornando alla Casa do Alentejo, oltre ad essere uno splendido palazzo resistente, è anche un ottimo ristorante.
La Casa è infatti la sede del Gremio Alentejo, un circolo culturale fatto di gente che ama la sua terra: e anche mangiare, evidentemente.
Io ci ho mangiato, è andata così.
Sono arrivato al numero 58 di Rua das Portas de Santo Antão, e la prima cosa che ho pensato è stata: ma è l’indirizzo giusto?
No perché c’è un portone e basta.
Il portone era aperto, e dentro c’era un cortile splendido, e lì mi son convinto che l’indirizzo era sbagliato, però un giro volevo farmelo comunque, con quell'invadenza che solo i turisti.
Sulla destra c’erano delle scale ricoperte di azulejos, illuminate poco.
Salendo le scale, si cominciava a sentire rumore di piatti e forchette e risate, e la sensazione era quella di andare a casa della gente all’ora di cena.
Di sale ce n’erano tre:
- una magnifica e vuota, con le sedie dorate e i lampadari che pesano tonnellate, che se la vedesse Kubrick saprebbe cosa farne;
- una con un po’ di gente, un camino e le pareti con gli azulejos che raccontano la vita contadina, che è la sala dove ho mangiato;
- una con tanta gente, le pareti con gli azulejos blu molto più belli, che è la sala riservata ai soci.
Dall’altra parte c’era una stanza con un vecchio che guardava il televisore, immagino il nonno.
Non sto a dire come si mangia, perché io ho mangiato bene, ma non sono di quelli che trovano sentori di ginepro nel vino rosso.
Posso dirvi che il posto è decadente e magnifico, che sembra un covo di partigiani alla vigilia dell’attacco, che invece di star lì a preoccuparsi mangiano, bevono e ridono, che poi è il modo migliore per prepararsi alla battaglia, o per passare una serata.

giovedì 27 dicembre 2007

Cercando un regalo

io: senta, volevo vedere il termoscud della tucano per il passeggero.
lei: che motorino?
io: no, è quello per il passeggero, è indipendente dal motorino.
lei [spazientita, alle 9 e mezzo di mattina]: sì, ma per quale motorino?
io [tranquillo, perché sono ancora le 9 e mezzo di mattina]: ho un fulltime, quello col tettino [e lo indico fuori dalla vetrina].
lei [sul punto di bestemmiare]: il modello!
io [ancora tranquillo]: fulltime [e continuo a indicarlo].
lei lo guarda, come se fosse comparso dal nulla in quel momento e urla: CHE MARCAAAA!? [PER DIOOO! non l'ha detto ma l'ha pensato].
io: renault.
lei: vediamo.
poi scompare per dieci minuti e il vecchio dietro il bancone, immagino il suocero, mi dice: torna subito eh, ma si vedeva che sperava di no, anzi.
lei torna e dice: devo telefonare a claudio: claudio, abbiamo il termoscud per il renault... [Rivolta a me] Che modello?
io, considerato che sono le nove e tre quarti, posso iniziare a incazzarmi, e le dico: il modello non c'entra niente, è per il passeggero.
lei: [rivolta a claudio] dice che è per il passeggero [il coglione... Non l'ha detto ma l'ha pensato].
claudio, immagino il marito, dice qualcosa di fondamentale, infatti lei torna in magazzino, prende il termoscud, lo passa al suocero e si mette a scrivere un sms.
io dico: ah, lo immaginavo diverso, no, vabbè, non fa niente, grazie comunque, arrivederci.
il vecchio mi guarda con gli occhi lucidi, sembra voglia dire: portami con te.
e invece mi dice: buona giornata, ma si vede che non ci crede tanto.

giovedì 6 dicembre 2007

Berlino parte seconda: carta da regalo


Nel centro di Berlino ci sono 60 mercatini natalizi: questo significa che l’uscita di uno è l’entrata di un altro.
Io ne ho visti almeno tre o quattro, ma mica perché me li andavo a cercare, perché uno cammina e ci si trova in mezzo, senza neanche accorgersene.
In questi mercatini non è che ci sia poi questo granché, va tantissimo il grog, forse perché da ubriaco uno compra la qualunque: io da sobrio non ho visto quasi niente.
Dico quasi perché in un chiosco c’erano gli automata della Flying Pig: ecco, lì mi son fermato un po’.
Gli automata son cose meccaniche fatte di carta o legno, meglio di legno, che uno può costruirsi anche da solo.
In quella che ho visto io, girando una manovella, un dinosauro mangiava la testa di un cavernicolo: il fatto che non gliela staccasse di netto, lo rendeva comunque un giocattolo adatto ai più piccoli.
Ecco, mi affascinava il fatto che un foglio A4 prendesse forma e vita, e diventasse qualcosa di molto complicato, e bello.
Che poi è quello che fanno gli scrittori, in un certo senso.

martedì 4 dicembre 2007

Berlino parte prima: la banalizzazione del male


Al checkpoint charlie [se non sapete cos'è, non è grave: scopritelo qui] ci sono due ragazzi: uno vestito da soldato americano e l’altro da soldato russo: tanto per non sbagliare, uno è nero e l’altro è bianco.
Ci si può mettere in posa con loro, immagino a pagamento, o anche farsi stampare un passaporto lì per lì, con il timbro originale dell’epoca in cui il muro c’era, e non si poteva attraversare.
Per un italiano, farsi fare un passaporto in cinque minuti anziché tre settimane è già un brivido, ma per chi è in cerca di emozioni più forti c’è il ragazzo bianco che fa un po' di teatro: con lo sguardo da duro, confronta il faccione sul passaporto col faccione del turista, che immagino penserà oddio, mi farà passare o mi sparerà?
A Peter Fechter gl’hanno sparato mentre scavalcava, e l’hanno lasciato morire lì: dissanguato.
La pallottola arrivava da est e da ovest non sono arrivati i soccorsi.
Ecco, prima di parlare della Potsdamer Platz e del currywurst, dovevo togliermi questo sassolino.

martedì 27 novembre 2007

Quando il bambino era bambino


Ai tempi in cui ero adolescente, i 33 giri stavano facendo gli ultimi giri: questo significa che io non ho mai avuto un LP mio, e neanche ne ho regalati per il compleanno di qualche amico: cassette sì, dischi mai.
Mio padre invece, che ha 44 anni più di me, possiede una notevole collezione di musica classica della Deutsche Grammophon Gesellschaft in vinile, chiusa a chiave nell’ultimo sportello del comò: nelle parole vinile e comò, ci sono almeno 20 di quei 44 anni di differenza.
Adesso scopro che la Ion ha bello pronto il suo nuovo convertitore di giradischi in mp3: non che la cosa sia proprio nuova, sono io che son distratto.
La cosa non mi piace: mi sembra troppo facile, uno prende i suoi LP e li passa tutti in un ipod, poi mette brani casuali e buonanotte: troppo facile.
Voglio dire, mio padre prende la chiave, apre lo sportello, sceglie il suo disco, uno solo, lo mette sul piatto, posiziona la puntina: è un rito.
Quando ero piccolo mi chiamava sempre per girare il disco, ero così abituato alla cosa che quando il silenzio durava quell’attimo in più, neanche aspettavo che mi chiamasse: era un rito anche per me.
Forse sto invecchiando, e mi chiedo quali sono le parole che mi separano dai quindicenni che vedo per strada: probabilmente commodore64 e supertelegattone.

venerdì 23 novembre 2007

Il recut come bene di lusso


Sento sempre più spesso questa cosa che il vero lusso è avere tempo per sé: l’ultimo da cui l’ho sentita è stato Cavalli, per dire, e nella stessa intervista diceva che i giovani gli trasmettono una grande energia.
Delle mezze stagioni non ha detto niente, ma piuttosto perché gli stilisti conoscono solo l’autunninverno e la primaverestate, mica per altro.
Io c’ho pensato un po’, e ho capito che se avessi veramente tanto tempo per me, starei tutto il giorno a fare recut di film famosi, come quelli che si trovano qua e su youtube.
Funziona così: ti vedi tutto il film con un taccuino in mano, e segni con pazienza quei momenti che, volendo, tradiscono il genere: che ne so, con una bimba risucchiata in un camino Mary Poppins passa in un lampo da film per bambini a vietato ai minori.
Poi ci si mette su una colonna sonora che renda bene l’idea, e con un po’ di pratica ci si può piazzare qualche frase ad effetto o addirittura uno speaker convincente.
A me la prima cosa che viene in mente è trasformare Amelie in un film di fantascienza alla Terminator, oppure trasformare Amelie in un film vero, e non quella presa in giro colossale che, vabbè, è un altro discorso.

mercoledì 21 novembre 2007

Quando l'arte non ha prezzo


A volte inizio i libri e non li finisco, e vivo la cosa con un profondo senso di colpa.
Nel caso di Avere o essere di Erich Fromm, il senso di colpa è stato doppio, perché era chiaro che quel libro mi avrebbe reso migliore, e invece quando ho letto quella cosa che se strappi un fiore per la sua bellezza, lo uccidi, insomma, mi son lasciato prendere dall’ansia e ho chiuso lì.
Fortunatamente ci sono altre cose belle che si possono possedere senza fare troppi danni: le opere d’arte.
Se non avete i soldi, non c’è problema: basta entrare nel Fine Art Adoption Network.
Il concetto di base è: tu hai spazio e io no, tu non hai un oggetto d'arte e io sì: mettiamoci d’accordo.
Ho fatto un giro nell’area Explore Artworks e ho messo gli occhi su qualcosa di Dmitry Borshch, mentre ho trovato un po’ ingombrante, sotto molti punti di vista, la scultura di Jacob Rhodes dal titolo My Grandfather crashed his plane into the island of my father. I was born on that island. I took the wreckage and made a raft. To escape. Into the open ocean.
Voglio dire, è difficile trovare spazio anche solo per la targhetta.

martedì 20 novembre 2007

...


Una head coi puntini di sospensione? Ma no, ma che è? Allora pure con il punto esclamativo! Però aspetta, adesso che mi ricordo, sì: ne ho fatta una anch'io. Vabbè, diciamo che dipende dai casi.

On the rocks


Volevo fare il falegname, fondamentalmente perché lavori ore e ore, però poi alla fine vedi il comodino, l’armadio, il letto: stanno lì, puoi dire l’ho fatto io.
Anche Takeo Okamoto è un artigiano, artista no, non esageriamo: pure lui può guardare con entusiasmo le sue cose e dire l’ho fatto io, però è meglio se si sbriga.
Takeo è uno scultore di ghiaccio di origine giapponese, che vive e lavora a New York: al suo Okamoto Studio ci si va con una foto e un po’ di soldi, immagino tanti, magari mi sbaglio.
Takeo prende la foto, prende un blocco di ghiaccio, e cerca di farli assomigliare il più possibile.
Non lo so, la storia di Takeo mi ha colpito: forse perché riesce a trasformare l’acqua in denaro, che come miracolo non è male, a pensarci.

venerdì 16 novembre 2007

What Women Want, parte seconda


Capita anche di prestare la voce a persone che non hanno più la forza di gridare: le donne, per dire.
[Il copy dell'annuncio è mio]

Milioni di colori


Già mi piace il nome: Bloom: mi piace perché dà l’idea di qualcosa che nasce, qualcosa di bello.
Bloom è un mensile ideato da Li [anche Li è un nome strepitoso, a pensarci] Edelkoort, che di lavoro prevede il futuro: in pratica gli stilisti vanno da lei e chiedono: quale colore l’anno prossimo?
E lei non sbaglia mai.
Viene da chiedersi se il futuro lo legge o lo crea, ma son domande che a farle si passa per profani.
Tornando a Bloom, trattasi di un mensile dedicato ai colori, visti da un punto di vista orto-culturale.
Ogni mese un colore, ogni pagina una foto, ogni foto un pezzo di terra, nel senso di pianeta.
E, rigorosamente, niente pubblicità.
Come si fa a non amarla, una cosa così?

What Women Want, parte prima


Capita di dover lavorare su un annuncio, prestando la voce a persone che più distanti non si può: le donne, per dire.
[Il copy dell'annuncio è mio]